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A un anno dall’inizio della pandemia che ha sconvolto il mondo, l’Italia si avvicina ai 100.000 morti per Covid-19.

Abbiamo visto il sacrificio di medici e infermieri. I camion militari con il loro triste carico. Abbiamo sentito i politici, i ricercatori, i virologi. Studenti, insegnanti. Ristoratori. Commercianti. Atleti. Ma c’è un aspetto che non è stato ben indagato. Perché si scontra con un tabù profondamente radicato nel nostro paese.

La morte.

Non si è parlato di morte? Certo che sì, sono 12 mesi che non si parla d’altro. Il bollettino quotidiano. Il conteggio. I contagi.

Ma materialmente che cosa accade quando si muore adesso, in piena pandemia mondiale?

Sappiamo che non si può dare un ultimo saluto alle vittime di Covid. Erano banditi persino i funerali, in pieno lockdown.

Eppure c’è tutta una macchina dietro che non può fermarsi, perché quella morte deve gestirla al meglio, come fa ogni giorno dell’anno per qualsiasi altro tipo di morte.

La differenza è che questa è una valanga. Una valanga infetta e pericolosa, da trattare con i guanti. Letteralmente.

100.000 morti equivalgono a 100.000 bare. Che devono essere costruite. Lavorate. Incise. Trasportate. Smaltite.

E se il mestiere di medici e infermieri è la nobile arte di salvare vite, quello di chi gestisce i corpi defunti non è meno delicato. Complicato. Rischioso.

In pieno lockdown c’è stata l’emergenza legno. Servivano molte bare, serviva molto legno. Anche chi viene cremato ha bisogno di una bara. Ma le importazioni erano bloccate. Allora c’è stato bisogno di riorganizzare il lavoro, di cercare nuovi fornitori.

Poi bisognava maneggiare i corpi straziati dal covid, ma con attenzione, senza correre il rischio di infettarsi. Doppi guanti, tuta, schermo protettivo, spray igienizzanti.

Gestire il funerale, quando è possibile farlo. Organizzare, distanziare. Bisogna compiangere compostamente.

E tutto rimanendo nell’ombra, il più possibile. Perché quello è un ruolo scomodo. Non si è mai protagonisti, il protagonista è il dolore. Il protagonista è il defunto. Il protagonista è lo strazio di chi resta.

Ed è così da 12 mesi. Senza sosta. Con tante difficoltà in più. Ma senza dare nell’occhio, senza lamentarsi, in maniera composta. Come sempre.